“Dopoguerra” postmoderno tra resilienza e rinascita

“Dopoguerra” postmoderno tra resilienza e rinascita

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Malconci, zoppicanti, pieni di fango, si guardano intorno, contano le vittime; mentre i feriti più gravi esalano gli ultimi respiri. I suoni non sono ancora chiari. Confusione. Una madre urla, perché non riabbraccerà il proprio figlio. Intanto per strada i primi festeggiamenti – «La guerra è finita! Siamo stati liberati!» – urla un rumoroso gruppetto di fanciulli, facendo lo slalom tra le macerie di una città irriconoscibile. Un bottegaio affranto, raccatta l’insegna semidistrutta del suo negozio – anch’esso ridotto in rovine – scruta quei ragazzetti con sguardo misto tra rabbia e desolazione. Quelle urla di gioia ed esaltazione sono lame nelle orecchie di un uomo che si chiede soltanto:

Cosa accadrà domani?

Nel dopoguerra, le condizioni del nostro paese erano disastrose: mancavano le prospettive di recupero. La conversione di quella parte dell’industria che era sopravvissuta agli eventi bellici in attività di pace, richiedeva capitali che era difficile convogliare verso investimenti il cui rendimento appariva incerto. E richiedeva la disponibilità di fonti energetiche che l’Italia non possedeva. La ricostruzione delle industrie era problematica. La disoccupazione costringeva all’indigenza una parte rilevante della popolazione, senza ragionevoli prospettive di recupero. Il credito internazionale del nostro paese, sul piano diplomatico ed economico era insignificante. La lira subiva un processo di svalutazione continuo.

Nico Perrone – “Perché uccisero Enrico Mattei”, p. 14

Settantacinque anni fa come oggi, la guerra aveva evidenziato le criticità e accelerato processi in atto già prima. Con due guerre alle spalle e “atteggiamento” resiliente, gli italiani non si limitarono a ricostruire il proprio Paese: in meno di dieci anni, lo condussero al boom economico.

A pochi giorni dalla fase 3, di questa nuova guerra spaventosa – contro un nemico invisibile – ci sentiamo smarriti, spaventati, impoveriti, divisi di fronte ad un futuro sempre più incerto. Dimentichiamo di essere dei sopravvissuti. Siamo così preoccupati per il futuro che non ci curiamo di vivere il presente. Quest’emergenza ha costretto il mondo ad una sosta obbligata, grazie alla quale abbiamo ritrovato valori perduti, affetti dimenticati e coltivato passioni e hobbies, per i quali non avevamo mai tempo. Ciò nonostante, cerchiamo risposte. Nulla sembra tranquillizzarci: Rivogliamo la nostra vecchia vita.

Houston, abbiamo un problema”. Bisogna dirlo chiaramente:

Nulla sarà più come prima. Se esiste una certezza in questo momento è proprio questa! Prima ne prenderemo atto e prima ricominceremo a vivere.

Non si tratta soltanto d’indossare mascherine, guanti, mantenere le distanze e fare le file ai supermercati. Soccomberanno centinaia di migliaia d’imprese e con esse milioni di posti di lavoro.

L’emergenza climatica ha imposto una un’importante accelerazione verso l’azzeramento delle emissioni di carbonio nell’atmosfera, attraverso investimenti in tecnologie da Terza Rivoluzione Industriale (TRI), alimentate da fonti rinnovabili. Il preannunciato e definitivo abbandono delle fonti fossili (petrolio, carbone, gas naturale, nucleare) – previsto entro il 2050 (emissioni zero) – ha reso, di colpo, obsolete, tutte le tecnologie ad esse legate: Jeremy Rifkin, nel suo libro “A Green New Deal“, le definisce stranded asssets (beni incagliati) .

Il passaggio all’infrastruttura intelligente da Terza Rivoluzione Industriale, cancellerà per sempre alcune tipologie d’impiego di risorse umane, creando al contempo nuove figure professionali e posti di lavoro.

Covid-19, insomma, ha soltanto accelerato un processo inevitabile già in atto.

[] ogni comunità dovrà essere costantemente vigile e pronta a reaigre a qualunque disastro […] Nell’Età della resilienza ogni comunità è potenzialmente una comunità svantaggiata: nessuno può davvero sfuggire all’ira del pianeta. L’infrastruttura intelligente da terza rivoluzione industriale del Green New Deal è la nostra prima linea di difesa per adattarci al cambiamento climatico.

J. Rifkin – “A Green New Deal”, p. 108

Con la certezza dell’incertezza, dobbiamo essere pronti al cambiamento: soltanto disancorandoci dal passato potremo abbracciare e costruire il futuro.

Non sprechiamo le nostre energie ad invidiare chi è stato più fortunato di noi, cercare di raccogliere il latte versato o aspettarci un aiuto “dall’alto” che, con tutta probabilità, non arriverà.

Guardiamo dentro di noi, raccogliamo le nostre energie, respiriamo profondamente e andiamo avanti. Dobbiamo farlo perché non abbiamo altra scelta. Dobbiamo farlo perché ci riesce chi nel mondo, muore ancora di fame o vive sotto la minaccia di un bombardamento. Ci sarà chi dovrà rinunciare alla propria indipendenza, tornando a vivere in famiglia, qualcuno dovrà rinunciare a fare le vacanze, qualcun altro dovrà costringere la figlia capricciosa ad accontentarsi dei vestiti smessi della cugina Alberta. In questo momento è essenziale rimodulare il proprio stile di vita alle proprie possibilità.

Nel tentativo convulso di mantenere “tutto come prima”, rischiamo di perdere l’opportunità di conquistare un posto dignitoso nel prossimo futuro.

Non sarà semplice. Sarà un percorso di ricostruzione, di sopravvivenza. Di resilienza. Ma ce la faremo!

Quando la vita rovescia la nostra barca, alcuni affogano, altri lottano strenuamente per risalirvi sopra. Gli antichi connotavano il gesto di tentare di risalire sulle imbarcazioni rovesciate con il verbo resalio. Forse il nome della qualità di chi non perde mai la speranza e continua a lottare contro le avversità, la resilienza, deriva da qui.

Pietro Trabucchi – “Resisto perché sono”

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Autore

  • Classe 1983, Fondatore e di Sharing Lab - Manager di un impianto Sportivo - Consulente e formatore B2B, Social Media, Digital Marketing e Risorse Umane

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2 risposte

  1. Antonio Cigliola ha detto:

    Caro Marcello, solo chi quei momenti li ha vissuti può daRti ragione ad ogni parola o sillaba che hai scritto. Nella mia infanzia non ho conosciuto le carni, i pesci, il dolce neanche nei miei compleanni, anzi non si festeggiava, gli anni li sapeva solo mio padre e mia madre son cresciuto con i legumi e 100 grammi di pane con la “tessera”. il pantaloncino e la maglietta, quando andavo a dormire, mia madre li lavava e li spandeva, al mattino, quando mi alzavo erano asciutti e puliti e potevo rimetterli. Questa era la guerra di distruzione per passare alla ricostruzione. Sento ancora nelle mie orecchie il discorso di Calamandrei per radio, il suono festose delle campane che annunciavano (per la prima volta nella storia d’Italia) la tanto sconosciuta LIBERTA’ e DEMOCRAZIA.

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